Le Conversazioni

Gianfranco Munerotto – Illustrazione: fantasia e controllo

L’illustrazione è un elemento fondamentale della grafica pubblicitaria. Ma qual è il suo ruolo nella comunicazione odierna? A cosa deve prestare attenzione un illustratore? Ne parliamo con il nostro docente di Tecniche di Illustrazione, Gianfranco Munerotto.

Parliamo un po’ di lei: qual è la sua storia?

Mi sono diplomato al Liceo Artistico di Venezia e per anni ho lavorato come restauratore di dipinti, ma fin da piccolo ho avuto un debole per l’illustrazione: ho ancora un disegno che feci ad otto anni copiando la copertina della scatola di un modellino di nave. E da adulto mi è capitato di disegnarne per professione.

Come è arrivato nella Scuola?

Ho contattato la Scuola per un progetto, e ho portato alcuni miei lavori per dare un’idea di ciò che facevo. Li hanno guardati e mi hanno detto: “Perché non vieni da noi a insegnare illustrazione?”, e così è stato. L’anno prossimo saranno trent’anni che insegno qui.

Lei insegna illustrazione, una materia fondamentale nel Master, e forse tra le attività più riconoscibili per i chi non sia specializzato nel settore.

Come hai detto tu, l’illustrazione non concerne solo la grafica pubblicitaria. Però ne è l’essenza. Per decenni, l’illustrazione è stato l’unico modo in cui la pubblicità poteva comunicare attraverso immagini. Ora quelle illustrazioni sono considerate opere d’arte: tra gli autori c’erano personaggi del livello di Tolouse-Lautrec, Mucha, Depero, solo per citarne alcuni.

Quale ruolo crede che ricopra l’illustrazione nell’odierno mondo della grafica e della pubblicità? E nel mondo di tutti i giorni?

Il concetto d’illustrazione rimane, però cambia l’applicazione. Una volta l’illustrazione era un manufatto asservito alla comunicazione. Oggi l’immagine pubblicitaria non è più necessariamente un’illustrazione fatta a mano, ma un’immagine nata in modo diverso: può essere una fotografia, un disegno vettoriale, un miscuglio di questi elementi. E, in un certo modo, anche quella è un’illustrazione. In questa nuova ottica, anche scegliere una fotografia fra molte diventa un atto creativo.

Ma un’illustrazione tradizionale, fatta cioè a mano, non offre un valore aggiunto?

Nel senso intrinseco dell’impegno personale, sì. Nella finalità, no. Direi piuttosto che fotografia e illustrazione stimolano reazioni diverse: la fotografia può suscitare curiosità verso l’argomento o l’oggetto che promuove, mentre l’illustrazione aumenta il coinvolgimento, scava più sottotraccia. Ma forse è l’illustratore in me che parla. Tra l’altro, non esiste più questo forte divario tra illustrazione tradizionale e digitale, anche perché l’illustrazione deve comunque passare per la stampa, esattamente come le altre immagini, e questo appiattisce le differenze. Grazie al computer, poi, ora ci sono migliaia di livelli intermedi.

 

Quindi non crede che l’illustrazione sia in conflitto con le tecniche digitali?

Al contrario: il computer ha aperto orizzonti che fino a dieci, quindici anni fa non si potevano nemmeno immaginare. Lo scopo dell’immagine è lo stesso, la scelta dipende dalla sensibilità dell’autore, o al limite del committente. Ora illustrazione tradizionale e digitale possono coesistere. Direi anzi che la digitalizzazione permette di espandere le possibilità della costruzione dell’immagine. Molti illustratori realizzano un’opera su supporto cartaceo e poi la modificano in digitale. Oppure aggiungono elementi illustrativi ad una fotografia. Poi naturalmente, grazie alla tavola grafica, si possono eseguire illustrazioni direttamente in digitale, ma con lo stesso stile delle illustrazioni tradizionali. Il computer è solo un pennello diverso.

Lei insegna sia illustrazione tecnica che narrativa. Sono molto diverse?

Sì e no. Escludendo un esempio prettamente artistico come il fumetto, l’illustrazione, che sia pubblicitaria, descrittiva, o narrativa, è comunque funzionale: l’illustrazione pubblicitaria serve a convincere, l’illustrazione di un libro serve a immergersi meglio nelle sue atmosfere, l’illustrazione tecnica serve a spiegare come è fatto qualcosa e come usarlo. Persino il progetto di un ingegnere è un’illustrazione, seppur spogliata completamente di qualsiasi componente estetica. L’illustrazione, per quanto possa parere tautologico, è proprio questo: un’immagine che serve ad illustrare qualcosa, a fare chiarezza, ad aiutare a capire un oggetto, un argomento.

Lei ha parlato di fumetto come illustrazione prettamente artistica. Nelle ultime settimane è stato riattizzato un dibattito le cui braci non si spengono da molti anni, e in questo contesto vorrei chiederle: il fumetto si può considerare un’opera d’arte?

Il fumetto è una totale forma d’arte. Il lato artistico dell’illustrazione è dato dal concetto che si vuole comunicare e dal talento dell’esecutore. Guarda Cavazzano: ha rivoluzionato l’illustrazione per bambini, e non a livello narrativo, ma dal punto di vista della composizione dell’immagine; lui usa il campo lungo o il controluce nel fumetto, sembra quasi un regista che diriga un film. Quando poi il fumettista è disegnatore e sceneggiatore, l’illustrazione è assolutamente priva di vincoli, e diventa arte pura: pensa a Manara. Ha fatto quello che voleva con i suoi fumetti: ha inventato interi mondi.

Quanto dovrebbe influire lo stile personale di una persona in un’illustrazione?

Può e deve influire molto. Ti chiamano perché tu sei tu. L’importante è non uscire mai dal seminato. La funzionalità dell’illustrazione dev’essere sempre fatta salva. La professionalità sta proprio nel mantenere stile personale ed originalità al massimo senza, come si diceva a scuola da ragazzi, andare fuori tema.

Quale consiglio darebbe a un giovane illustratore?

Non posso dare un vero e proprio consiglio, il mondo è in continua evoluzione. Direi quindi di restare saldi nel proprio compito, avere sempre presente cosa ci viene richiesto. L’artista può fare quello che vuole, ma l’illustratore ha ricevuto una committenza e, seppur eseguendo un lavoro creativo, deve restare fedele allo scopo affidatogli. Insomma, l’illustratore deve usare la fantasia, senza lasciare che la fantasia gli prenda la mano.

 

Marta Bobbo


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