La grafica del Male

Il momento più basso e mostruoso nella storia del Design Grafico

Oggi, 27 Gennaio, si celebra il 75° anniversario della liberazione del Lager di Auschwitz. Il mondo conobbe l’inconcepibile: una micidiale macchina di morte, una burocrazia dello sterminio che i Nazisti avevano manovrata con teutonica efficienza.

I “Nemici del Popolo” venivano rastrellati, deportati, imprigionati ed assassinati nella maniera più veloce ed economica possibile. Arrivati al campo, se non venivano mandati alle “docce” con anziani e bambini, i prigionieri venivano tatuati con un numero e i loro vestiti venivano sostituiti con delle leggere divise a strisce, senza ricambi.

E qui entra in scena la grafica, anzi, per essere precisi, un’orrenda infografica. Nel 1938 le SS avevano progettato un’efficacissimo (come sempre) sistema per identificare a vista i prigionieri: un sistema di triangoli colorati.

Questo serviva perché le SS a guardia del campo capissero subito che tipo di prigioniero avevano davanti, quali mansioni potergli affidare, o se andava tenuto particolarmente d’occhio. Senza dover fare domande, perché le domande si fanno alle persone, e poi, tanto per cambiare, per non perdere tempo.

Un triangolo verde era un criminale comune, e poteva diventare un buon kapò.

Un triangolo rosso era un dissidente politico: non c’era da fidarsi di chi aveva alzato la testa.

Un triangolo rosa era un omosessuale, un uomo (le lesbiche erano classificate come asociali, si veda sotto) a cui veniva assegnato, per spregio, il colore femmineo per antonomasia.

I triangoli viola erano gruppi pacifisti: il 99% di questi erano Testimoni di Geova. In Italia magari sono conosciuti di più per il fatto che vanno a suonare il campanello la Domenica di prima mattina, ma in Germania i Testimoni di Geova furono tra i pochissimi che osarono opporsi, mediante la resistenza passiva, al Nazismo.

C’erano triangoli marroni per i Rom maschi, e rossi, poggiati sulla base, per disertori, spie, obiettori di coscienza, prigionieri di guerra russi.

I triangoli neri erano gli asociali: malati di mente, persone con disabilità mentali o affette da dipendenza, prostitute, vagabondi, donne e ragazzi Rom e Sinti, mendicanti e in generale gente che a tanti non piace neanche adesso (“io non sono razzista MA”), e, a proposito, i migranti e i lavoratori forzati deportati da altri Paesi avevano un triangolo blu.

E poi, ovviamente, il segno più famoso di tutti: il doppio triangolo giallo per gli Ebrei (è di pochi giorni fa la notizia del figlio di una partigiana deportata a Ravensbrück che si è trovato la porta di casa imbrattata con la scritta “Jude hier”).

E poi tante, tante possibilità di combinazione: un ebreo comunista, ad esempio, avrebbe avuto un triangolo rosso sovrapposto a quello giallo, oppure si potevano inserire nel triangolo lettere che dessero un’informazione in più. Quanta versatilità.

Ironia della sorte, anche se non c’è niente da ridere: questi segni erano ciò che più si avvicinava a raccontare la storia di queste persone ridotte a numeri, a dire chi erano, da dove venivano, quali erano stati i loro pensieri, i loro problemi. Tutto ovviamente per aumentare l’efficienza del Campo.

Il resto non importava: erano Altri.

Ricorda qualcosa?

 

Marta Bobbo

 

Image Credits:

United States Holocaust Memorial Museum via Wikipedia

The State Museum KL Majdanek via Wikimedia Commons


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