Le Conversazioni

Carla Di Pancrazio: l’Arte di Guardare

Parlare con Carla Di Pancrazio è un’esperienza quasi trascendentale: saggia e simpatica, acutissima e dolce, colta e alla mano, riesce a mettere le persone a proprio agio, facendole sentire speciali e creando importanti momenti di riflessione e accrescimento non solo tecnico, ma personale.

Prima di tutto, vorrebbe parlarci un po’ di lei? Qual è la sua storia? Come è arrivata alla Scuola?

Come la mia cadenza tradisce ancora, le mie origini sono lontane dalla Serenissima. Sono nata a Saluzzo e a Torino ho seguito le scuole dell’obbligo, l’Università e l’Accademia. Da lì il passo verso l’insegnamento con la gavetta nei Licei locali, almeno fino al trasferimento in terra veneta. Qui, su proposta del dottor Lubrano, conosciuto nella precedente sede della Scuola, dove frequentavo sia come allieva, sia come assistente i corsi, mi fu proposto di mettere a frutto i miei studi, per formulare il programma, prima denominato Storia d’Arte e successivamente Comunicazione Visuale e Visiva, per il corso di Grafica Pubblicitaria→ e da più di trent’anni, insegno ai ragazzi che si sono avvicinati e avvicendati alla Scuola Internazionale di Grafica in Venezia.

Lei insegna Comunicazione Visuale e Visiva: vuole spiegarci di cosa si tratta?

Partire dal passato per spiegare il presente e progettare il proprio futuro. Per questo faccio mie le parole che Josef Albers→ rilasciò nel 1968 alla BBC: “Io non ho mai insegnato arte, credo. Ho insegnato filosofia. Non ho mai insegnato pittura. Ho insegnato a guardare.” Chi esce dai corsi miei e da quelli dei miei colleghi deve portare con sé un proprio bagaglio ben radicato, da aggiornare e ampliare nell’arco dello svolgimento professionale. Fin dalle prime ore trascorse insieme agli allievi, insisto sul ‘guardare’ e ‘riguardare’ con criticità, e non solo i prodotti grafici attuali e passati, non per mera estetica o edonismo visivo ma perché tutto serve a creare la propria borsa degli attrezzi che è la Comunicazione.

 

 

Nella prima parte del suo programma insegna storia dell’arte e del design, e porta i ragazzi a diverse mostre. Cosa crede che possano imparare dei giovani aspiranti grafici da queste opere?

Da educatrice ho imparato che ogni studente è completamente diverso dall’altro tramutando così l’obiettivo iniziale del mio corso da una panoramica profonda e ampia sulla materia ad un insegnamento personalizzato, “tirando fuori” dal singolo individuo qualunque abilità di cui la natura lo abbia dotato. Ma per progettare il proprio futuro bisogna vivere il presente e chi lo crea, ed ecco le visite a esposizioni, i percorsi artistico-grafici, le letture di opere dal mondo dell’arte o più specificatamente dalla realtà grafica, presentato è vero nel tradizionale modo frontale ma solo per stimolare la ricerca e la comprensione personale.

Lei insegna anche teoria dei colori. Come si capisce quali sono i colori giusti per ogni comunicazione? Quanto influisce l’istinto sulla reazione ad un colore? Quanto le convenzioni sociali?

Il colore è un fenomeno troppo complesso e articolato, la cui sola esperienza personale e quindi soggettiva non basta a comprenderne il significato complessivo e il valore che ciascun pigmento cela dietro la sua semplice esteriorità. Basti pensare agli aspetti conosciuti: fisico, chimico, fisiologico (occhio e cervello), psicologico (psiche, anima e comunicazione) ma da lì partono decine di strade come per esempio, l’aspetto sociologico (moda, bandiere, politica, tradizione, credenze)

Non basta conoscere tutti gli argomenti elencati anche se i fenomeni ottici, fisici, mentali e spirituali sono interconnessi in molti modi. Occorre che si conoscano a fondo le leggi del colore per capire e discutere in modo obiettivo e non soggettivo un determinato lavoro piuttosto che un altro. Le innovazioni tecnologiche e scientifiche aiutano molto nella comprensione di un colore ma, come tutto ciò che è prodotto dalle macchine può risultare senza anima, così la valutazione soggettiva è un fattore tanto sensibile e raffinato che ancora non è stato possibile imitarlo.

In un progetto che implica l’uso del colore è necessario conoscere e gestire correttamente l’emotività e la sinestesia, cioè il fenomeno di riscontri, relazioni, corrispondenze, reciprocità, simmetrie che si scatenano fra le percezioni sensoriali (visiva, tattile, olfattiva, uditiva), e la superficie in un continuo, il vicendevole e vorticoso scambio di input- output. L’importanza della gestione del fenomeno della sinestesia è fondamentale per il gradimento e successo di vendita di un prodotto, soprattutto, se associato a un progetto, a un packaging oppure a un capo d’abbigliamento. Tutto il patrimonio di informazioni sensoriali che ho descritto sono elementi che aiutano il sistema linguistico a definire, raccontare, specificare un colore (caldo, freddo), una armonia (dolce, aggressiva), un contrasto (armonico, stridente) ecc.

Lei insiste molto affinché i suoi studenti prendano appunti.

Sono una innamorata del Colore ma non defletto dal pretendere di evitare scorciatoie che i mezzi di riproduzione permetterebbero. Un diario, un quaderno o fogli sparsi, una matita o un pennarello e seguire la lezione per fermare nella propria testa un viaggio unico nel mondo del colore, uno dei linguaggi che formano la comunicazione.

 

Marta Bobbo


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