Comunico, dunque sono

Come i nostri allievi si vedono nel mondo del graphic design – Seconda parte

Ecco la seconda parte dei contributi dei nostri allievi sul tema della Comunicazione. Questa volta raccogliamo le opinioni e le “confessioni” di allieve del nostro Master che puntano molto a realizzare se stesse nel mestiere dell’Immagine.

Il gusto della bella immagine, il lato estetico della comunicazione, poter conciliare il desiderio di creare qualcosa di bello con qualcosa di utile accomuna diversi nostri allievi. “Credo che non ci sia niente di più affascinante che trasmettere un messaggio attraverso l’uso di un’immagine” – scrive Sara Peruso – in quanto questa permette di raggiungere il massimo effetto comunicativo nel più breve tempo possibile, grazie al suo forte potere evocativo, alla sua spesso immediata comprensibilità e alla facilità di essere ricordata.”

Lorenza Bortignon sostiene che si tratta di far capire, affidandosi all’ascolto: “Io creo perché ti sento, e non perché sento unicamente me stesso. Ti offro la mia visione, trattando con cura i tuoi occhi e cercando in essi ciò di cui hanno sete. Tu decidi se ciò che dico ha un senso per te e, in caso affermativo, avrò centrato l’obiettivo. Non c’è spazio per l’egocentrismo né per la sterilità emotiva: generoso è chi ascolta leggendo, generoso è chi ascolta disegnando.”

Lavorare nella comunicazione visiva è anche per altre allieve il modo di realizzare se stesse. Racconta Chiara Parnanzini: “Dalla fervida immaginazione, sembrava ormai l’epiteto formulare con cui i professori mi descrivevano ai miei genitori durante i colloqui. Quasi fosse una colpa o, forse, una distrazione da quello che doveva essere il giusto approccio alle cose, ovvero la concretezza. Credo nessuno avesse capito che non avevo desiderio di isolarmi in una realtà immaginaria ma che, tramite il disegno e le arti visive in generale, trovassi più facile farmi capire.

“Ho combattuto a lungo con il pregiudizio di chi mi invita a scegliere percorsi formativi con sbocchi di lavoro più certi, se mai di certo c’è qualcosa, ma imponendomi e facendo valere, con tanta perseveranza, la mia visione delle cose ho vinto questa prima battaglia ed ora sono qui, in questa scuola, proprio per inseguire il mio sogno con la giusta professionalità che solo studiando si può apprendere.”

Serena ci racconta di come vede la sua vocazione per il bello: “Sono convinta che gli Italiani abbiano, come popolo, una grande vocazione artistica: questo a causa dell’eredità inestimabile di bellezze tra le quali crescono. Il risultato? Sono i fortunati beneficiari di un’educazione alla sensibilità artistica, ricevuta quasi passivamente.

“Per quanto riguarda me, ho sempre sognato un futuro in cui questa sensibilità avrebbe potuto diventare strumento di lavoro. Liceo artistico? Accademia di belle arti? Sarebbero andate bene per molti, ma non per la sottoscritta. Come avrei potuto appassionarmi alla creazione di un prodotto o un opera, se questa non era stata richiesta da nessuno? Se non rispondeva da un esigenza? Se non vi era una sfida nella sua realizzazione? Se essa non aveva una funzione da assolvere? Apprezzo le forme d’arte fini a se stesse, ma ad oggi so che non potrei mai esserne un’autrice.”

Infine, Marta Bobbo ci confessa: “Cresciuta nell’idea che non bisogna farsi notare a tutti i costi, è strano per me aver scelto un percorso in cui sono io a fare il primo passo per farmi conoscere, pur attraverso il mio lavoro. Questo equivale a offrire un po’ di me al mondo. Per alcuni è naturale. Per me non è così facile.
Alan Rickman, il grande attore e regista noto per la sua riservatezza, diceva: ‘Se volete sapere chi sono, è tutto nel mio lavoro.’ Non a caso, lui aveva cominciato proprio come grafico. E aveva ragione: è strano vedere quanto questo lavoro mostri di me.”

La terza parte sarà pubblicata nei prossimi giorni


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